La storia e la fondazione
del Gruppo Labronico

Verbale dell'adunanza tenuta nello studio di Gino Romiti il 15 luglio 1920:
Presenti: Baracchini-Caputi, Cavagnaro, Cipriani, Cognetti, Guzzi, March, Michelozzi, Natali, Razzaguta, Renucci, Romanelli, Romiti, Rontini, Tarrini, Zampieri, Zannacchini.
Si propone - dopo la scissione della federazione Artistica Livornese, in seguito alla votazione contraria ottenuta per le proposte onoranze alla Salma del pittore Mario Puccini - di fondare il “Gruppo Mario Puccini”; ma dopo ampia discussione e su proposta del pittore Gastone Razzaguta viene deciso di riunirsi come “Gruppo Labronico”, sempre, però, promettendo di adoprarsi, in ogni modo, affinché la salma di Puccini venga definitivamente inumata nel Famedio di Montenero.1 Si decide intanto di organizzare la 1a mostra del Gruppo in una sala del Palace Hotel di Livorno.
1 La salma del pittore Mario Puccini verrà inumata al Famedio, soltanto sul finire degli anni Ottanta, dopo infinite pratiche burocratiche.

Il lungo percorso di una prestigiosa cultura artistica, che si snoda attraverso il Novecento per giungere ai nostri giorni.
di Silvia Fierabracci
Croce e delizia della storia artistica livornese del Novecento, il mito della Pittura labronica schizza in orbita a partire dai primi decenni del secolo scorso, grazie all’attività di validissimi artisti, che si trovano ad operare a Livorno in una delle sue stagioni più feconde di dibattito culturale. Sul finire dell’Ottocento, mentre la macchia é oramai stabilmente alla ribalta, a Livorno, Guglielmo Micheli1, con la sua scuola, frequentata da tanti talenti livornesi allora giovanissimi, assume un ruolo chiave nel farsi “attivo interprete e mediatico portavoce del tardo Fattori”2, riuscendo brillantemente a fare da tramite tra due generazioni di privilegiati osservatori del vero. Così, se da un lato, egli si adopera ad ottenere la continua assicurazione di Giovanni Fattori facendogli vedere, peraltro, sistematicamente i lavori dei suoi allievi, dall’altro si impegna ad impartire un insegnamento della tecnica di alto livello, tale da riuscire, persino, a favorire una costruttiva libertà dei giovani pittori nei confronti della stessa. Con questo metodo, quindi, Guglielmo Micheli riesce a formare pittori diversissimi tra loro come Amedeo Modigliani e Llewelyn Lloyd. Inoltre la scuola del maestro livornese é un ambiente estremamente vivace, laddove l’incontro dei suoi assidui frequentatori con altri illustri personaggi di passaggio facilita anche stimolanti scambi culturali di una certa importanza per quella successiva conversione di apertura degli stessi artisti verso esperienze pittoriche decisamente proiettate sul Novecento3. Del resto sono questi gli anni d’oro di una Livorno, città consacrata a pieno titolo quale meta ideale per la villeggiatura, non soltanto della buona borghesia, ma anche di una élite di politici, intellettuali ed artisti di tutto rilievo. Gli stabilimenti balneari livornesi con in primis i Bagni Pancaldi sono di gran moda e le ventilate rotonde sul mare sono il luogo prediletto dalla gente bene ed elegante per le loro piacevoli passeggiate4. Non a caso, dunque, in questo florido contesto socio – culturale vanno sempre più imponendosi, per il loro straordinario appeal, le mostre estive, nelle quali si ritrovano ad esporre insieme fin dai primissimi anni del ‘900 anche alcuni di quegli artisti, che hanno avuto modo di conoscersi alla scuola di Guglielmo Micheli5. Unitamente al singolare humus formativo generato dal maestro livornese nel nome del verbo fattoriano ed alla rapida ascesa della risonanza delle mostre estive, l’apertura, nel 1908, dello storico caffè Bardi6 nella centrale piazza Cavour di Livorno si presenta quale ulteriore indispensabile tassello utile alla ricostruzione del complesso mosaico di quella Scuola labronica del Novecento, che darà l’avvio al Gruppo Labronico7 A partire dal 1908 questo locale diviene il principale ritrovo degli artisti livornesi e non manca di ospitare letterati, poeti, collezionisti ed appassionati d’arte. Intriso della più genuina verve tutta livornese mirabilmente colta da Gastone Razzaguta nel suo Virtù degli artisti labronici, il caffè Bardi è il vero luogo elettivo degli Artisti labronici8, che qui trascorrono momenti di svago e di aggregazione, tracciando non solo caricature e schizzi sul marmo dei tavolini, ma anche decorando i pilastri con disegni e oli realizzati su pannelli nonché arricchendo le lunette con le loro pitture9. Ma il Caffè Bardi è anche il teatro dei dibattiti, delle animate discussioni del “cantuccio di sinistra”10e dei sogni della maggior parte di quegli Artisti labronici, che di li a poco “transiteranno nel Gruppo Labronico, la cui nascita fornisce una vera e propria organizzazione, stabile ed efficiente, a quella che oggi viene correntemente definita la “Scuola Labronica del ‘900””11 Da questo spaccato a cavallo tra due secoli trae origine, dunque, il Gruppo Labronico, la cui nascita si colloca storicamente in seno a dei percorsi della cultura figurativa tra Ottocento e Novecento, che, soltanto negli ultimi anni sono stati presi di nuovo in esame da storici e critici attraverso mostre e pubblicazioni volte a colmare un increscioso ritardo nella loro indispensabile rivalutazione.12 Naturalmente tale peculiarità non può essere assolutamente bypassata qualora si voglia comprendere la vera identità del Gruppo Labronico, che è costituita sin dall’inizio da personalità artistiche, caratterizzate da diverse sfumature13. Fondato il 15 luglio del 1920 dalla scissione della Federazione Artistica Livornese occorsa in seguito alla votazione contraria ottenuta per le proposte onoranze alla salma del pittore Mario Puccini, il Gruppo Labronico, grazie al successo ottenuto con le prime esposizioni favorisce la creazione di quel mito della Pittura labronica, intesa quale alta espressione artistica, che, polarizzando le aspirazioni di una comunità, è capace di elevarsi a simbolo privilegiato di un’epoca.14 Ciononostante, la consapevolezza di essersi indirizzato verso un preciso tipo di espressione artistica, porta lo stesso Gruppo già nel giro di pochi anni ad evitare di intercorrere in una fase di cristallizzazione, che potrebbe oscurare la fama acquisita. Determinante è in questo senso la presenza di presidenti illuminati quali Plinio Nomellini e Mario Borgiotti, entrambi emblematiche figure di due floridi periodi della storia del Gruppo. Il primo, pittore di rinomata notorietà, ricopre la carica dal 1928 fino al 1943 e non manca, per l’appunto, di dare agli artisti labronici vertiginosamente in ascesaun espresso richiamo al non adagiarsi sui successi raggiunti. Il suo impegno a tenere sempre vivo l’interesse verso una continua evoluzione traspare, tra l’altro, in un suo scritto contenuto nel catalogo della 18a mostra tenuta alla Galleria Pesaro di Milano dal 23 Aprile al 24 maggio 1932. “…sempre, nel passato, l’arte si avvantaggiò quando si volse per nuove conquiste. Rimaner fermi nel ricordo delle glorie trascorse vorrà dire intristire e decadere. Primo a deprecare sarebbe il Fattori stesso, il quale sempre fu incitatore di superamento, dichiarando come l’arte dovesse comporre parole nuove per esporre sensazioni non ancora provate”. Ora, pur trattandosi di parole non direttamente indirizzate all’arte labronica, definita, nello stesso testo, “schietta e serena”, l’anziano maestro proprio nel momento in cui il Gruppo Labronico ha raggiunto il suo apogeo, ha intuito quale rischio si celi sotto il grande successo”15. Ma, in virtù di quanto sopra accennato, l’altro presidente, che, nel quadro evolutivo del Gruppo Labronico più vicino ai nostri giorni, ricopre un ruolo di notevole interesse storico è Mario Borgiotti,16 che si ritrova in carica in un periodo contraddistinto da una giovane produzione artistica labronica meritevole di una speciale attenzione. Subentrato a Gino Romiti, che con la sua linea conservatrice non ha mancato di contrasti con gli artisti più giovani, Mario Borgiotti, pittore, mercante d’arte nonché apprezzato scrittore di volumi sull’opera dei Macchiaioli e Post –macchiaioli, si presenta da subito più disponibile verso le nuove esperienze, tanto da far allestire, nel 1968, una memorabile mostra, alla Casa Dante di Firenze. Nell’esposizione, in cui, tra i partecipanti non mancano giovani pittori in crescita quali Piero Vaccari e Antonio Vinciguerra, viene accolto anche un quadro EAISTA17 di Voltolino Fontani, che, entrato dal 1951 nel Gruppo Labronico ne rappresenta a lungo l’anima più progressiva, sia sperimentando e portando avanti un altro tipo di pittura sia dando vita ad esperienze parallele (il movimento E.A.I.S.T.A.)18. L’ampia rassegna è, inoltre, corredata da un consistente catalogo ed è, perlomeno curioso, trovare citato tra il folto gruppo dei rappresentanti del Comitato d’Onore il Collezionista esperto d’Arte e Gallerista Bruno Giraldi, deciso sostenitore proprio a Livorno delle più nuove tendenze artistiche19. Tuttavia al di là della presenza di questi presidenti illuminati, vere e proprie figure chiave dello sviluppo storico del Gruppo Labronico, non si deve dimenticare che il sodalizio, sin dal momento della sua creazione sembra aspirare a porsi quale entità destinata a ricevere e a divulgare, sia pure con numerosi e preziosi aggiornamenti, l’eredità fattoriana e, più in generale quella lasciata dai Macchiaioli20. In tal senso il Gruppo Labronico opera grosso modo fino agli anni della seconda guerra mondiale, mentre durante il resto del Novecento il suo ruolo va pian piano mutando. Si apre allora un periodo di progressiva perdita di identità e al tempo stesso di fermento interno dovuto probabilmente a due ragioni: l’ingresso nel Gruppo di elementi estranei a quella pittura, che si continua strenuamente a difendere conferendole l’appellativo di specificazione, alquanto generico, “di tradizione” e l’avvio nella stessa città di Livorno di altre formazioni alternative alla associazione del Gruppo Labronico21. Così dopo la trentacinquesima mostra tenuta nel 1972 alla Casa della Cultura la decisione di allargare il Gruppo porta all’ingresso del tutto atipico dell’astrattista Piero Monteverde seguito dal futurista Osvaldo Peruzzi e da Piero Benassi. I tre, pur non essendo artisti giovani contribuiscono a favorire un rinnovamento decisamente riscontrabile nelle declinazioni espressive scaturite da un felice incontro di artisti, che praticano linguaggi diversi.22 Successivamente, nel 1996, la mostra ospitata allo “Studio dell’Arte dell’Ottocento” a Milano svela una lieve rinnovata apertura verso esperienze esterne al Gruppo con la presenza, tra gli artisti invitati, di Fabrizio Breschi, che con il suo astrattismo geometrico molto personale segna un preciso distacco dalla “tradizione labronica”23 Tuttavia sul finire del Novecento la longevità del Gruppo si fa sentire sotto molti aspetti. Pertanto la decisione di rivedere l’antico statuto del 7 gennaio 1923, che ancora regolamenta l’associazione diviene il primo passo da attuare per tornare ad essere di nuovo al passo coi tempi. Pertanto il 30 settembre 1999 viene riconosciuto il Nuovo Statuto. Nel documento, che ha rivisitato, ampliato ed aggiornato quello precedente l’oggetto dell’Associazione comprende la pittura, la scultura e tutte le arti visive in genere24. Questa apertura, assolutamente impensabile fino a quasi la prima metà degli anni novanta vista la fisionomia del Gruppo Labronico, assume un valore degno di nota, che potrebbe prospettare anche una qualche interessante novità nel prossimo futuro. Nel 2000, in occasione del suo ottantesimo compleanno, il Gruppo si presenta al nuovo secolo in tutto il suo splendore. Dopo aver risposto totalmente all’impegno preso nei confronti di Mario Puccini e dopo aver riconosciuto allo stesso tempo la grandezza di Modigliani25 l’associazione si dedica a alla promozione di significative iniziative culturali, tra le quali si rivela molto significativa la lapide, posta il 25 giugno 2003, nella sede della Banca di Roma in piazza Cavour per ricordare lo storico caffè Bardi. Per di più, con sempre maggiore consapevolezza, il Gruppo si propone di sostenere ogni occasione di studio e di indagine sulla sua storia, nonché di conservare la memoria storica della Scuola labronica del Novecento, il cui profilo attende, ancor oggi, una più adeguata rivalutazione storico – critica. Altro fiore all’occhiello e segno di una rinnovata continua attività è poi la prosecuzione della realizzazione di significative esposizioni in Italia ed all’estero. Tra le più recenti meritano una segnalazione per contenuti ed importanza: la 52a mostra svoltasi dal 20 dicembre 2000 al 7 Gennaio 2001 a Livorno, nella suggestiva cornice dei Bottini dell’Olio, in occasione dell’80° anno dalla fondazione del Gruppo; l’esposizione, su invito del Parlamento Europeo, tenuta dal 17 al 21 marzo 2003 nel salone principale antistante la Sala delle Assemblee del Consiglio di Bruxelles e la 57ª esposizione intitolata “Da Fattori al Gruppo Labronico” tenuta presso la Galleria Athena di Livorno dal 26 Ottobre al 9 Novembre 2003. Altro aspetto da non sottovalutare per avere una immagine completa del Gruppo Labronico è, infine, il folto numero dei suoi artisti in attività, che non ha mancato di arricchirsi di nuove presenze anche in questi ultimi anni. E’ questo il caso, ad esempio, della adesione di Dario Ballantini, il noto comico – imitatore di “Striscia la Notizia”, che, annesso tra i soci cultori nel 200226, propone la sua pittura giovane dal taglio vistosamente moderno partendo da una figurazione di derivazione futurista e post – cubista.27 Ed è proprio osservando la odierna compagine degli artisti del Gruppo Labronico che salta subito agli occhi la ampia, eterogenea e complessa realtà attuale della associazione. In quest’ottica allora potrebbe essere alquanto interessante tornare a riflettere sui valori di fondo della Scuola labronica del Novecento delineati da Mario Borgiotti nel suo volume Coerenza e modernità dei pittori labronici, uscito postumo nel 1979. Possono ancora tali valori essere suscettibili di un qualche riscontro o di una qualche applicazione nelle attuali rinnovate declinazioni espressive labroniche? Ha scritto Borgiotti “Soprattutto per alcuni pittori, tra i più giovani del Gruppo, la linea ed il colore vengono accettati ed espressi in un contesto che non è propriamente tradizionale: alla scomposizione ottica dell’immagine, a un diverso equilibrio prospettico corrisponde una nuova realtà di contenuti che si sottraggono al linguaggio figurativo della tradizione pittorica labronica. E’ necessario prestare la massima attenzione a tali esperienze d’avanguardia per non correre il rischio di indugiare in un ripiegamento di tradizionalismo concepito come modello unico e insostituibile d’espressione, senza comprendere lo spirito dei tempi e le sotterranee correnti che permeano il pensiero e la ricerca artistica contemporanea28”. Ma tale eloquente valutazione si può ancora riferire alla sperimentazione artistica degli odierni esponenti del Gruppo Labronico appartenenti, de facto, ad un entourage, praticamente da sempre teso, salvo rare eccezioni, verso la continuità con il passato? A questa domanda, certo, è difficile dare una risposta,29 perché la variegata realtà del Gruppo Labronico necessita fortemente di una più aggiornata lettura ed analisi dell’opera di tutti i suoi artisti viventi, che, come oramai è consuetudine, espongono le loro opere al fianco di quelle degli scomparsi in tutte le esposizioni celebrative tenute dal Gruppo. A tal proposito è bene tenere conto che “Livorno e l’eredità dei Macchiaioli. Storia del Gruppo Labronico” di Mario Michelucci, pubblicato dalla Editrice Nuova Fortezza nel 1996, è, a tutt’oggi, la più recente ed unica monografia dedicata all’intera storia del Gruppo, ma l’analisi di tale testo si ferma, in pratica, al 1990, pur citando la grande mostra di Castiglioncello del 199430, mentre negli anni immediatamente successivi il Gruppo ha vissuto una consistente trasformazione laddove coesistono artisti di varia cultura ed estrazione. Per questo è auspicabile che sia colmata quanto prima questa lacuna di informazione sul lavoro degli artisti, che sono parte attiva della proposta contemporanea del Gruppo Labronico. Dal secondo dopoguerra in poi, dopo aver perduto, tra gli anni trenta e quaranta molti di quei grandi maestri, che le avevano dato grande lustro, la prestigiosa associazione livornese ha sempre rivolto il suo pensiero ai suoi artisti scomparsi e in loro ricordo si è adoperata a realizzare, nel tempo, molte importanti mostre, nelle quali sono sempre presenti le loro opere al fianco degli artisti viventi. Questa scelta di raccontare la lunga vita del Gruppo Labronico attraverso l’esibizione dell’opera di tutti i suoi artisti, sia di coloro, che hanno fatto storia dell’antico sodalizio, sia di quelli, che, adesso, la vanno tracciando, è un gesto molto significativo documentato, peraltro, dai cataloghi delle varie mostre. Da qui è facile intuire quanto le più recenti esposizioni, tra cui si colloca felicemente anche questa mostra ospitata al Palazzo del Capitano di Bagno di Romagna, contribuiscano, ogni volta, a fornire un sempre più aggiornato panorama artistico dell’associazione Impreziosito da oltre ottanta anni di storia e da una continua attività piena di progetti, di esposizioni e di tanti validi artisti in attività, il Gruppo Labronico si presenta quale associazione sempre verde, carica di quella straordinaria e peculiare freschezza, che gli consente ancora una volta, non soltanto di conseguire il suo meritato successo di pubblico e di critica, ma anche di guardare con orgoglio al suo futuro.
Note bibliografiche
1 – Puccini “La Venezia livornese”(disegno)
2 – Romiti “Nascita di Venere” (olio)
3 – Ghilardi “Scena indiana” (olio)
4 – Natali “Calle veneziana” (olio)
5 – Michelozzi “Servito per il caffè” (olio)
6 – Razzaguta “L’offerta del caffè” (olio)
7 – Fioravanti “Venere” (olio)
8 – Puccini “Il lazzeretto” (olio)
Nelle lunette, invece, vi erano:
I – Benvenuti “Tacchini” (olio)
II – Natali “Scalinata settecentesca” (olio)
III – Romiti “Oleandri” (olio)
IV – Romiti “Marina” (olio)
V – Benvenuti “La civetta” (olio)
VI – Palco per l’orchestra
VII – Ghelarducci “Oleandri” (olio)
VIII – Natali “Terrazza rustica” (olio)
Sotto gli elenchi si trova la nota “ I pannelli che erano ai pilastri sono conservati dalla famiglia Bardi. Le pitture nelle lunette, invece, ebbero migliore sorte: accuratamente raschiate furono sostituite dall’unitissima tinteggiatura bianca che ancor oggi si ammira”.
Silvia Fierabracci, Il Gruppo Labronico dal 1920 al 2000: ottanta anni di storia per guardare al futuro, in Mario Michelucci - Francesca Cagianelli - Silvia Fierabracci, 52a Mostra Gruppo Labronico, cit. p 51
Il testo è tratto dal catalogo realizzato nel 2006 in occasione della 58à Mostra del Gruppo Labronico tenutasi nel Palazzo del Capitano a Bagno di Romagna (Fc).
La pubblicazione fu curata dalla rivista “Arte a Livorno…e oltre confine” attraverso il coordinamento editoriale di Mauro Barbieri e Silvia Fierabracci.
