Cafiero Filippelli... la biografia, le opere

Una  vita illuminata dalle….luci

di Mauro Barbieri

Livorno, una città dove l’arte e la pittura si respira ad ogni angolo di strada , è stata la patria di movimenti importanti come i Macchiaioli e Post-Macchiaioli , seguiti successivamente dalla scuola Labronica del ‘900.
Proprio quest’ultima sfornò importanti artisti, divenuti nel tempo indelebili punti di riferimento per le generazioni future.
La maggior parte dei pittori Toscani dell’800 e del ‘900 sono d’origine Livornese , particolare rilevante , a dimostrazione del DNA artistico di questa città.
Per la cronaca , la corrente macchiaiola scomparve anteriormente al primo conflitto mondiale, mentre i post-macchiaili arrivarono fino alla seconda guerra mondiale.
Da questi due movimenti nacque a Livorno la “Scuola Labronica del Novecento” , più vicina ai nostri tempi ma importantissima per quel filo pittorico Ottocentesco.
Parliamo di pittori come Renato Natali, Gino Romiti , Cafiero Filippelli , Mario Borgiotti, Benvenuto Benvenuti, Lando Landozzi ,Gastone Razzaguta, Renuccio Renucci ,Giovanni Zanacchini , Giovanni March , Giovanni Lomi , Corrado Michelozzi , Raffaello Gambogi , Carlo Domenici , Mario Cocchi e Alfredo Baracchini.
Artisti che furono i fondatori della nascita (1920) del più antico gruppo europeo , il famoso “Gruppo Labronico”.
 
Cafiero Filippelli , nato a Livorno nel 1889 da Adele Puppo e Silvio Filippelli , fu uno dei più importanti artisti della Scuola Labronica del Novecento.
Dimostrò fin da piccolo una precoce predisposizione per il disegno e la pittura .
Amava sovente marinare la scuola per dedicarsi ai disegni, eseguiti  direttamente sui marciapiedi  di Livorno , utilizzando i gessetti  ed attirando l’ammirazione dei numerosi passanti.
Ogni supporto era ideale per il suo sfogo artistico , e ben presto la madre ( era rimasto orfano del padre da bambino) , costatando la sua passione e bravura, decide di mandarlo alla Scuola d’arte e mestieri in Piazza San Giuseppe, su consiglio dello scultore Gori (artista che realizzò le “Quattro Stagioni” all’interno del Mercato Centrale ).
Ottiene così la licenza della Scuola e vince successivamente la borsa di studio “Banti” entrando dopo a Firenze all’accademia di Belle arti con la scuola del nudo , venendo così a contatto con Giovanni Fattori e Galileo Chini.
Nel 1914 sposa Ottorina Annabella da cui ha due figli , Silvano e Mirella.
Dopo essere stato chiamato alle armi ( 1à guerra mondiale) , al suo rientro viene assunto in una fabbrica di letti in ferro come decoratore delle testate (fiori e teste di donne).
La sua forte passione non si esaurisce sul lavoro anzi,  alla sera , ritornato a casa, pur stanco, con grande volontà ,continua a dipingere al cavalletto scene d’intimità familiare.
La moglie  ,i figli , la madre ,diventano i modelli per i suoi primi ed importanti dipinti.
Opere suggestive realizzate con la luce artificiale dei lumi a petrolio (i famosi “canfini”) o vicine al caminetto acceso.
Un numero in crescendo di ritratti, espressioni reali , stati d’animo , ma in particolare momenti di vita quotidiana .
Donne che allattano, che cucinano , che rammendano , che seguono gli studi dei figli, un omaggio al pianeta donna, per quella importante funzione che ha all’interno di una famiglia.
Non solo “interni”, divenuti oggi famosi ,ricercati e quotati , ma anche splendide vedute all’aperto.
La costa livornese , le scogliere di Antignano , i bagni labronici (Pejani , Pancaldi , Fiume ), la pineta di Ardenza  , scorci della sua amata città , il porto e le campagne dell’entroterra con particolare omaggio a Parlascio dove visse durante il tempo di guerra .
Arrivano i primi successi come la Primaverile Fiorentina del 1922 , la quadriennale di Torino del 1923 e la biennale di Roma.
Nel 1924 e nel 1926 è presente alla Biennale Internazionale d’arte di Venezia.
Importanti manifestazioni che gli valgono la fama di “Pittore degli interni”.
Piccole tavolette ma grandi espressioni di scene di vita domestica dove, colori ,poesia e profonda sensibilità si impersonificano nella gente comune. 
 Semplicità di un epoca, raccolta il più delle volte intorno alla tavola, centro dell’attività serale delle famiglie.
Dipinti con luci soffuse, misteriose, che mettono in risalto la figura umana.
I collezionisti, i mercanti d’arte , i galleristi cominciano a fare una corte spietata a Cafiero, tanto da arrivare a distruggere i vecchi letti in ferro per recuperare le testate e trasformarle in quadri.
La critica riconobbe in lui un talento naturale fatto d’istinti per il ritratto e forte predisposizione per la figura ma anche, senso del colore e delle luci.
Cafiero Filippelli non fu solo , come detto in precedenza ,il pittore degli “Interni”.
Amava spesso lamentarsi : Vorrei che mi stimassero anche per tutti quei quadri che ho dipinto alla luce del sole, anche perché provengo dalla scuola dei Macchiaioli e dipingere all’aria aperta è sempre stata la mia gioia più grande”.
Due furono in particolare i suoi paesaggi ispiratori :
Livorno, con la sua costa ricca di spunti pittorici e Parlascio ,paese che considerò come la sua seconda casa.
Qui vi passava circa tre mesi all’anno , finita l’estate , assaporando le semplicità della vita contadina, alla quale dedicava , con la sua colorata tavolozza , le immagini più belle e suggestive.
“Bottega d’arte” fu il punto d’incontro di tutta l’attività artistica livornese ed anche Filippelli vi passava le giornate libere a dialogare sulla famosa spalletta con gli artisti del suo tempo (Natali, Michelozzi, Romiti , Lomi, Bartolena , Landozzi , il fotografo Miniati e vari altri).
La maturità artistica arrivò tra il 1922 e il 1942 periodo durante il quale partecipò a  numerose  mostre personali e collettive.
Anni felici nei quali nascono dai suoi pennelli veri capolavori che entrano a far parte delle più importanti collezioni.
Dopo il 1942 e fino ai primi anni ’60 continua la sua evoluzione lavorando ancor più dal vero specialmente in campagna , senza però tralasciare il suo amore per gli interni.
Numerosi sono i viaggi e le villeggiature fuori da Livorno che gli permettono di entrare in contatto con nuovi scenari.
Dal 1965 e fino al giorno della sua morte avvenuta nel febbraio del 1973, continua con alti e bassi (dovuti alla salute) a creare molti interni ma anche nuovi paesaggi.
Per la prima volta , durante un soggiorno a Roseto degli Abruzzi in casa della figlia Mirella, con grande emozione immortala  la neve nei suoi dipinti.
 La sua fu una lunga , prestigiosa ed appagante  carriera artistica, che gli diede grosse soddisfazioni ed un solo dispiacere , il furto subito nel suo studio , oltre 90 dipinti di varie epoche ,durante una sua assenza da Livorno.
Un ulteriore dimostrazione , anche se attraverso un evento negativo, della prestigiosa fama che aveva acquisito e che conserva ancor oggi nel panorama artistico nazionale.


Una “luce” interiore che tutto illumina

di Stefano Barbieri

La storia dell’arte ci testimonia quanto le tribolazioni di una vita travagliata non riescano a frenare un afflato artistico che sia profondo e genuino, ma, al contrario, portino ad un arricchimento dell’artista in termini di sensibilità, di umanità, di pathos.
Vita senza dubbio difficile, ma ricca di volontà e passione, fu quella di Cafiero Filippelli, uno dei più grandi maestri della “Scuola Labronica del Novecento”, diretta discendente della corrente postmacchiaiola.
In un contesto di povertà, ultimo di sei fratelli, già all’età di otto anni avverte una forte passione per la pittura, che esprime disegnando con i gessetti e con il carboncino sui marciapiedi della sua città, Livorno, ciò che gli consente di racimolare qualche spicciolo.
Rimasto precocemente orfano, è costretto a lavorare per contribuire al sostentamento della famiglia, passando dalla bottega di un vinaio a quella di un barbiere.
A volte il destino di un uomo è segnato da un’intuizione: la madre comprende il talento di Cafiero e si rivolge allo scultore Gori, per cui in passato aveva posato come modella, affinché indirizzi il figlio a studi appropriati. Filippelli potrà così frequentare la Scuola di Arti e Mestieri a Livorno e successivamente l’Accademia delle Belle Arti di Firenze.
Dopo la guerra, moglie e due figli, si ritrova a lavorare in una fabbrica di letti in ferro, decorandone le testate con motivi floreali. Quelle stesse testate, anni dopo, quando Filippelli sarà divenuto pittore affermato, subiranno il destino di essere sfasciate dagli amatori dell’artista per essere trasformate in quadri.
Ma l’attività di decoratore non può certo esaurire la vena artistica di Cafiero, il quale la sera tardi, dopo il lavoro, trova le energie per continuare a dipingere alla luce fioca di una lampada o di una candela. Dobbiamo dire grazie anche all’assenza della luce elettrica se molte opere dell’artista risultano tanto affascinanti: nascono così i “canfini” (vecchio nome dei lumi a petrolio), i celebri “interni” del Filippelli tanto apprezzati dal pubblico e dalla critica .
Quelle ritratte sono soprattutto scene di vita quotidiana, di intimità familiare, atmosfere che, ciò che è fin troppo facile dire, gli eventi della vita gli hanno in gran parte precluso.
Sono famiglie riunite intorno alla tavola imbandita, donne intente a piccoli lavori domestici, madri premurose che seguono lo studio dei propri figli…
La luce, spesso soffusa, gioca un ruolo capace di grande suggestione, valorizzando le linee morbide e i colori caldi e pastosi, mettendo in risalto la figura umana.
Sarebbe però gravemente riduttivo confinare la figura di Filippelli a quella di “mago degli interni”, e lo stesso artista spesso se ne doleva. Filippelli ci ha lasciato in eredità , degno discendente della scuola dei Macchiaioli, anche incantevoli esterni eseguiti dal vero: marine, scene agresti della campagna livornese e pisana, scorci della sua amata Livorno, di Antignano, della pineta di Ardenza…
Come non ricordare poi i nudi femminili, caratterizzati da uno studio anatomico accurato, da tonalità delicate, quasi pastello, dall’armonioso drappeggio di coperte e tendaggi.
Ed ancora: i ritratti, verso i quali il maestro si sentiva istintivamente portato, le decorazioni di altari, gli scorci paesaggistici colti alla luce del sole e poi rielaborati in studio.
La partecipazione a prestigiose manifestazioni e il crescente successo di pubblico e di critica non andarono mai ad intaccare la natura di un uomo semplice e spontaneo, capace di trarre dall’intimo note di sincerissima poesia e di sublime delicatezza, sempre fedele alle più pure tradizioni toscane.
Un’arte, quella di Filippelli, che ancora oggi sa coinvolgere ed emozionare, trascinandoci in un’atmosfera di vecchi sapori quasi dimenticati.


Cafiero Filippelli nella Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Livorno: le opere per i calendari annuali della banca labronica.

di Gianni Schiavon

Del celebre pittore livornese Cafiero Filippelli è significativo, nel contesto della sua produzione, per quanto non cospicuo, il nucleo di opere in possesso della Fondazione Cassa di Risparmio di Livorno. Quattro di esse in particolare, Bambina con salvadanaio (1936), Cascinale con villici (1937), Bambini con salvadanaio (1938) e Bambini con gabbietta di conigli (1939), meritano una particolare menzione per essere state commissionate al maestro direttamente dalla banca cittadina, allo scopo di illustrare, riprodotte a colori, i calendari degli anni 1937, 1938, 1939 e 1940, realizzati per omaggiare i propri clienti: quattro pitture di medio formato, dall’impronta chiaramente retorica, con fini di propaganda commerciale, accomunate come sono, tutte, dalla presenza del salvadanaio, simbolo del risparmio, e dalla serena atmosfera familiare che la tranquillità economica, dovuta ad un parsimonioso uso del denaro, sembra suggerire. L’artista, dall’allora ormai consolidata fama, anche a livello nazionale, seguita al successo (pur non privo di fraintendimenti critici) riscosso in occasione della Primaverile fiorentina del 1922, e poi rinsaldato dalle rilevanti partecipazioni alla Quadriennale di Torino ed alla Seconda Biennale Romana, entrambi dell’anno seguente, ed alle Biennali veneziane del 1924 e del 1926 (anno, quest’ultimo, in cui Filippelli è anche alla Promotrice di Torino ed alla Mostra di Brera), oltre alle considerevoli collettive col Gruppo Labronico - del quale fu tra i fondatori -, dovette apparire, al Consiglio Direttivo della Cassa di Risparmio, come il pittore più adatto, per una innata propensione alla rappresentazione delle scene di vita domestica intima e quieta e del lavoro semplice ed artigianale, a farsi interprete del rassicurante messaggio promozionale da far pervenire ai propri risparmiatori.  Filippelli, allora già da tempo noto come il “mago degli interni” per una innata predilezione alle ambientazioni caratterizzate da un’illuminazione bassa e artificiale, optava tuttavia per una analoga soluzione solo nelle due opere più tarde, quasi a voler affermare, nelle prime occasioni a sua disposizione, la sua non sempre riconosciuta – ma notevolissima – abilità a confrontarsi con la luminosità diurna, solare e sfolgorante. Bambina con salvadanaio in particolare, dai colori splendenti e dalla pennellata ampia e mobile, libera da ogni rigido vincolo disegnativo, che subito rimanda pittoricamente e cromaticamente la memoria all’opera di Mario Puccini, svela un’attentissima partizione spaziale ed una calibrata e sapiente regia distributiva con la bimba che, posta in primissimo piano, fa da fulcro alla composizione e, cinta dalle viti in ombra che spostano l’attenzione su di essa, stagliata sull’assolato campo di grano alle sue spalle, apre la visione dello spettatore in profondità, sull’orizzonte affollato di edifici industriali e portuali che, simbolicamente uniti al grano ed alla vite, alludenti al lavoro rurale, conferiscono uno spaccato, apparentemente fiorente, dell’economia nazionale. 
Di più immediata lettura appaiono invece le opere del triennio successivo, accomunate dalle ambientazioni rustiche umilissime e quasi dimesse, e da una vena intimista caratteristica di larga parte della produzione dell’artista negli anni a venire, nelle quali il dialogo degli affetti di allargati ed arcaici nuclei familiari, spensierati e ridenti, trovano ambientazione ancora una volta in un contesto lavorativo agricolo in Cascinale con villici, ed attorno al focolare domestico, in una quieta e serena atmosfera vegliata dagli allora rassicuranti ritratti del Re e del duce sulla parete di fondo, in Bambini con salvadanaio. Se nella prima delle due Filippelli indugia nuovamente su quel paesaggio agreste che dal 1925 in avanti ripetutamente andava indagando nel corso dei lunghi soggiorni a Parlascio, nell’interno crea invece una composizione che ripeterà quasi pedissequamente, ma con notevole fortuna commerciale, durante i tre decenni seguenti: quella del convito familiare attorno alla tavola imbandita ed al focolare acceso.
Se, come detto, la lezione cromatica e formale di Mario Puccini appare, e sempre resterà evidente, negli esterni dipinti dall’artista, è invece da sottolineare il cambio di registro poetico e pittorico riscontrabile nelle scene d’interno, scomparsa adesso quella soffusa malinconia caratteristica delle opere della prima maturità, come pure la teatrale regia della luce emanata dalla lampada ad olio; la cifra spagnoleggiante e Zoluaghiana, a più riprese rilevata in quel tempo dalla critica, ed il sintetismo pittorico che l’artista livornese doveva aver derivato – parallelamente all’amico Gino Romiti –, sulla metà del secondo decennio, direttamente dall’opera di Galileo Chini, hanno inoltre lasciato spazio ad una rasserenata e maggiormente luminosa realtà, peraltro contraddistinta da una attenta indagine fisiognomica dei personaggi, funzionale allo scopo, ormai evidente da parte dell’artista, di dirigere la propria arte nella direzione di un’esplorazione della realtà più profonda e rassicurante, in linea con le richieste del mercato, anche se certamente oggi, ai nostri occhi, eccessivamente prosaica ed in certo senso stanca.