AGOSTINO VERONI



AGOSTINO VERONI www.artealivorno.it/veroni
agostinoveroni@gmail.com

Agostino Veroni nasce a Livorno nel 1963. Non frequenta alcuna scuola di pittura, ma costruisce il proprio bagaglio artistico sotto la guida di grandi maestri come Ferruccio Mataresi, da cui apprende nozioni di disegno, e soprattutto Giulio da Vicchio e Masaniello Luschi. Da questi maestri Veroni trae non solo una pregevole tecnica pittorica, ma anche un genuino amore per la “macchia” labronica.
Ha tenuto mostre personali e partecipato a numerose collettive, riscuotendo premi e consensi da parte del pubblico e della critica. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero.
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“Quando si parla di pittura a Livorno, le immagini che ci scorrono davanti agli occhi, solitamente, si soffermano sulle classiche vedute della costa livornese, sulle colorate campagne o semplicemente sugli angoli caratteristici della città e del suo entroterra. Ci sono pittori che, tengono viva la tradizione labronica, continuando in quel percorso , già intrapreso da altri artisti del passato e, facendolo proprio attraverso una tavolozza personale.
Alcuni di questi possono essere criticati per non avere cercato altre soluzioni artistiche o peggio ancora, essere additati come “copie” attualizzate di personaggi scomparsi. Una cosa è certa, quando le gallerie li ricercano, la critica li premia ed il collezionista li acquista, non ci sono dubbi sulla loro capacità di trasferire emozioni e piacere visivo attraverso le proprie tele.
In passato abbiamo già parlato del “fenomeno” pittorico chiamato Agostino Veroni ed oggi, grazie ad un grande collezionista d’arte come il Sig. Domenico Della Sala, vogliamo soffermarci di nuovo sul personaggio in questione.
Un pittore che è cresciuto sugli insegnamenti di Ferruccio Mataresi, Giulio Da Vicchio e, soprattutto grazie al maestro del vero, Masaniello Luschi. Da quest’ultimo ha assimilato l’amore per i colori, la voglia di confrontarsi in” plain air” in un contatto continuo con la natura, le sue luci, i suoi personaggi , i suoi profumi. Pur avendo vissuto un breve “periodo informale”, ha sentito la necessità e forse, spinto dalle crescenti richieste, di ritornare al vecchio amore della “macchia”.
Il Dott. Stefano Barbieri, in una recensione critica del 2000 scrisse: “E’ Veroni, un pittore davvero innamorato del “vero”. Le libecciate che si abbattono sulla nostra città, i campi fioriti in primavera, le scogliere ricoperte dal salmastro sono per lui irresistibili fonti di ispirazione, autentici richiami. Le pennellate corpose, i cromatismi, la solarità e gli stessi soggetti ricordano molto bene le opere del maestro Luschi”.
Veroni però è Veroni, non Luschi e questo, molti collezionisti, lo hanno chiaramente capito, scindendo in modo netto le due pitture. Ognuno ha percorso ed esternato le proprie sensazioni, ha trasformato le proprie visioni in maniera diretta e personale senza, togliere o aggiungere meriti all’altro.
Masaniello, dall’alto della sua bravura e modestia è riuscito a far amare la pittura labronica a tanti allievi. Ad Agostino il merito, come allievo, di aver assimilato certi concetti e la bravura nell’avere creato un qualcosa che piaccia e che vada al di là delle motivazioni e dei giudizi.
Per questo motivo, tra i tanti riconoscimenti avuti negli ultimi anni, segnaliamo il 1° Premio Estemporaneo al Rotonda 2005 e il prestigioso “Premio Gino Romiti” al recente Rotonda 2006. Premi che, crediamo , non si fermeranno qui, vista la giovane “età pittorica” di Agostino e , rimaniamo, in attesa di vedere nascere in futuro , nuovi soggetti , nuove prospettive, nuove luci e …..tanto tanto colore”.

Mauro Barbieri


“La pittura di Veroni sonorizza l’immagine al limite dello sfocamento astigmatico, per poter passare indenne oltre le trappole del vero. In fondo ciò che unisce i post impressionisti e i post macchiaioli è un’unica estetica: la tensione alla semplificazione. La semplicità, la chiarezza, la regolarità che la “macchia” sottende è la pietra angolare di questa struttura pittorica. Si ritorna al plein air, alla lotta incessante tra spazio e superficie, tra aria e colore. Agostino Veroni si cala in questo humus seguendo quasi geneticamente le parole del maestro da Vicchio. Nei suoi colori lo spazio destinato a trattenere l’atmosfera è già fissato, i colori dell’aria conseguono. La sua pennellata è quieta ma non lenta. In certe trasparenze si apre al massimo della sospensione lirica come una piccola nota deliziosa che si ripete all’infinito. Una pennellata in più o in meno sciuperebbe ogni cosa. Ancora una volta, si tratta di controllare la materia, e come in tutta l’arte moderna, rovesciarne le relazioni. Veroni non è un artista subordinato all’oggetto, ancorché lo desideri allo spasimo, bensì l’oggetto che viene inclinato al quadro e alla volontà della sua percezione”.

 
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