RICCARDO RUBERTI



RICCARDO RUBERTI:

Il “diario di bordo” d’un viaggiatore immaginoso

NICOLA MICIELI

Riccardo Ruberti approda alla Biblioteca Guerrazzi di Villa Fabbricotti, a Livorno, con un “diario di bordo” sui generis, composto da due serie di dipinti concettualmente e stilisticamente correlate dalla presenza dominante, in entrambe, di cieli straordinariamente ampi e nuvolosi, non immemori, per quanto di altra temperatura espressiva, degli analoghi di Turner e Constable. Cieli che nei “paesaggi” visionari tendono a invadere le sottostanti strisce di mare e di terra, o di terramare, sulle quali essi incombono, a farsi campo totale dell’immagine, quando non siano inquadrati a tutto campo, appunto. Ruberti usa spesso operare, difatti, una sorta di compenetrazione osmotica tra cielo e terra o mare, ai margini inferiori del dipinto sulla linea dell’orizzonte, e addirittura scioglierne in colature di colore la base. L’insieme assume quindi una globularità ottica come di un mondo disancorato, sospeso o se vogliamo in navigazione non percepibile nello spazio/tempo, che è poi il reale viaggio dell’astronave terra intorno al sole e con il sole nella galassia, e con la galassia nell’universo.
I cieli della prima serie, avviata nel 2012 e in pochi anni sviluppata in numerose variazioni poi raccolte all’insegna della Navigazione celeste, sono abitati da macchine volanti d’ogni genere, alle quali corrispondono, sulla terra o nel mare, navigli, osservatori, isolotti rocciosi, figure che inviano messaggi, che tentano collegamenti empatici con le presenze celesti visibili e le remote oscure regioni dello spazio, e i mondi da scoprire che là navigano silenziosi. Ruberti mette in scena come apparizioni o annunci in questi “paesaggi” visionari, un campionario di macchine volanti e di marchingegni, attingendo sia al registro dei mezzi omologati della storia aeronautica, sia ai modelli fantascientifici usciti dal laboratorio dell’immaginazione. Segnatamente quella tendenzialmente mitografica degli scrittori, molti dei cui libri avventurosi che spaziano in altre dimensioni, dagli scaffali della biblioteca che oggi accoglie questi cieli, invitano l’osservatore ad escursioni parallele ai dipinti. E all’osservatore consiglierei la guida di Luigi Bernardi, che nel catalogo della mostra personale Navigazione celeste di Ruberti alla Galleria Mercurio di Viareggio, scriveva un esemplare ed esaustivo saggio intorno alle fonti e implicazioni artistiche, filosofiche e letterarie, alla fenomenologia e all’immaginario del viaggio, che per Ruberti è tensione del pensiero verso l’infinito, alla ricerca di mondi possibili, con gli strumenti e, osservava Bernardi, “all’interno di un mondo, quello che è originato dalla pratica pittorica”.
I cieli della seconda serie, avviata allo scorcio del 2015 e ancora in corso, della quale Ruberti presenta i primi undici dipinti inediti sotto il titolo Inner Place (Luogo Interiore), sono invece abitati da icastiche teste d’uomo o di donna che paiono come assimilate, per la loro rugosità, a scorze arboree, e sono aborigeni australiani dai volti che vorrei dire orografici, come scavati dagli elementi, partecipi dunque sin nel soma del “paesaggio” natura. Per questa loro manifesta primordialità creaturale allusa anche nel nome ab origine, non già per una qualche ragione etnografica, credo che Ruberti abbia prescelto questi volti così intensi a testimoniare un mondo ancora lontano, ancora sconosciuto, come è nel profondo l’uomo. E un globulare mondo sospeso nello spazio effettivamente si determina dalla compenetrazione dei cieli e dei volti, cieli che per l’ambiguità percettiva dell’immagine, sembrano a loro volta abitare quelle presenze umane, se non addirittura irradiare dalla loro mente come un’esplosione di energia luminosa. Si verificano quindi le condizioni visive, squisitamente derivate dalle “ragioni della pittura” avanzate da Bernardi, di un viaggio e di un collegamento duplice nella complessità di un mondo in navigazione nello spazio: dell’osservatore catturato dallo sguardo magnetico dell’aborigeno nel suo “luogo interiore”, nel quale si espande l’universo della persona, portatrice di un insieme di bisogni e valori individuali e collettivi che si rinnovano sin dai primordi della specie; e dell’osservato che espande, esternandolo in onde energetiche, il proprio “mondo interiore”.

Ma come e in quale ambiente sono nate e hanno preso corpo queste serie che, con Soffici, chiamo “diario di bordo”? È necessaria una considerazione circa l’appartenenza livornese dell’artista, senza per questo voler risolvere/ridurre intra moenia l’ascendenza e la portata del suo figurar visionario. Vero è che nei dipinti della prima serie si possono riconosce elementi del paesaggio litoraneo livornese, dove non mancano i cieli striati di nuvole e virati di colore, che si ammirano alti sull’orizzonte marino. Tuttavia non c’è in Ruberti alcuna corrispondenza con le correnti restituzioni locali del soggetto paesistico. I referenti storici e di contiguità stilistica delle sue immagini appartengono a un altro versante della ricerca figurativa italiana di un buon mezzo secolo, a Livorno interpretata soprattutto da Maurizio Bini.
Certo, in una città nella quale l’esercizio e la circolazione della pittura sono un fenomeno secolare di portata addirittura sociologica, a Ruberti non sono mancati gli stimoli ad avvertire precocemente la propria vocazione artistica e ad avviare sin dal liceo, allievo appunto di Bini suo primo e non scolastico referente, un provveduto percorso formativo poi compiuto all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Conosco abbastanza bene il panorama attuale dell’arte a Livorno, ma non conoscevo il lavoro di Ruberti, se non per quel che me ne diceva Bini e qualche riproduzione delle opere. Incrociato de visu, il “diario di bordo” di Ruberti mi si è rivelato una bella apertura figurativa, oggi non scontata, nel novero delle arti che Ragghianti diceva “della visione”, estese dalla pittura alla fotografia al cinema, dei cui linguaggi, peraltro, Ruberti fa un sapiente uso integrato. Trovo che la puntualità dello sguardo analitico e insieme la leggerezza soffusa e la trasparenza della materia pittorica di cui si nutrono le immagini del diario di Ruberti, non siano moneta corrente nelle declinazioni attuali della pittura. In aggiunta di interesse, mi par giusto rilevare come il diario di Ruberti smentisce un inveterato luogo comune, che vuole il laboratorio pittorico livornese una cucina capace di sfornare solo più o meno appetibili piatti, riciclando ingredienti di tardo Ottocento e primo Novecento. Non è così. Nel corso del Novecento Livorno ha espresso personalità di rilievo in linea con molteplici aspetti della ricerca italiana. Molti artisti, questo sì, hanno operato nella diaspora, a Milano e altrove in Italia, altre in loco senza frustrazioni provinciali, da Cappiello a Peruzzi, Fontani e il movimento Eaista, il gruppo Atoma, Nigro, Chevrier, Barucchello, Marchegiani, Martini, Lombardi, Bobò, Madiai, De Rosa (...). E oggi Ruberti.
Cito a parte Gianfranco Ferroni, uno dei capiscuola di quel dipingere figurato da Franco Solmi detto di “immagine”, per distinguerlo da altri aspetti e accezioni della Nuova Figurazione. Sull’onda lunga di questo movimento, che ha avuto corso in Italia dallo scorcio degli anni Cinquanta, naviga il Ruberti del “diario di bordo”. Con Ferroni, altri artisti livornesi hanno dato il loro contributo alla Nuova Figurazione, da Bini a Diara, Gigli, Pogni, variamente attestati tra realismo esistenziale, immagine critica e neo-metafisica, questa soprattutto considerevole, in Toscana, nell’accezione della “Metacosa” teorizzata da Roberto Tassi, che ribadiva il principio della forma pittorica come assorbimento e durata dello sguardo oltre l’effimero climatico del suo manifestarsi alla luce. E d’una metafisica della durata possono dirsi partecipi i “paesaggi” del “diario di bordo”, con i loro cieli sommossi e mutati d’assetto ed aspetto da un turbine silenzioso, sui quali Ruberti sembra operare un fermo immagine che sospende senza congelarla una forma la cui esecuzione puntuale e non iperrealista, è rara avis nella profusione attuale delle immagini di consumo ad alta definizione fotografica e videografica.

Il “diario di bordo” è una sorta di reportage composto in teatro di visioni per siparietti pittorici, e implicite ipotesi di racconto delegate alla mente dello spettatore. A lui spetta il compito di usare in autonomia la scena e dipanare il filo d’una storia. Salvo sporadici casi d’esplicito riferimento a noti titoli e vicende della letteratura di viaggio, esplorazione, avventura, Ruberti ha sempre e solo collocato sulla scena minimi indizi iconici, segnaletici, climatici e semantici utili a innescare una storia originale o a suscitare la memoria di una storia nota. Per lui, ripeto, lo sviluppo del possibile racconto si dà in termini di funzionalità del meccanismo scenico, dunque della pittura. Credo proprio che Ruberti pensasse a uno spettatore complice, quando dipingeva il suo primo “paesaggio” visionario e in seguito i numerosi luoghi fisici e umani del suo extra-vagare immaginoso, sulle rotte di cieli e terre coinvolti, mirabolanti, per la loro bellezza grandiosa, che turba al pari della manifestazione, in chiave panica, del fulgore divino. Cieli, dunque, di ascendenza romantica; cosmorami di nuova generazione felicemente traslitterati dal simbolismo della scena travolgente di Friedrich al nitido landscape ad alta definizione visiva confacente allo sguardo contemporaneo. Cieli tuttavia egualmente ispirati al sublime della natura, nel senso proprio dello sguardo obliquo che mira il “cielo stellato” sopra il capo di Kant.
Cieli, infine, sprofondanti per l’animazione della cortina non occludente di nubi vaporose e sfrangiate, che paiono ravvicinati ammassi di stelle e galassie e che al pari della siepe leopardiana, distraggono lo sguardo dal contingente consentendo al poeta di fingere, nel pensiero, “interminati spazi e sovrumani silenzi” e, al sovvenire del pensiero dell’eterno, di abbandonarsi alla deriva nel mare dell’essere. E se evoco il solitario cantore di Recanati de “L’infinito” e dei dialoghi con gli esseri e gli elementi della natura, è perché c’è un fondamento filosofico nel viaggiatore Ruberti teso alla scoperta di possibili mondi immaginari.
Quali quelli prefigurati nelle pagine dei libri, dai Viaggi straordinari di Giulio Verne a Le città invisibili di Italo Calvino, che Ruberti sicuramente predilige al pari dell’originaria letteratura fantasy ancora mitografica, sovrannaturale, surreale, rispetto a quella sofisticata della fiction attuale zeppa di effetti speciali. Il “diario di bordo”, un tempo libro mastro di avventurati capitani veleggianti sui mobili oceani, è nel nostro caso la puntuale registrazione visiva, o se vogliamo l’atlante pittorico, la cartografia poetica d’un esploratore di luoghi e situazioni terrestri che si relazionano con il sistema cosmico al quale appartengono.
Sono vasti cieli, orizzonti marini, lembi di coste o spiagge o scorci di brulle campagne e paesaggi collinari, in primo piano. E poi, a terra, figure che diresti lillipuziane, rispetto alla vastità dell’ambiente nel quale agiscono, interrogate da un esploratore le cui soste, le cui provvisorie postazioni sono osservatori, o per meglio dire specole sul mistero e l’infinitudine dell’universo, cui corrisponde lo spirito umano che in esso si riflette. Lo sguardo è sempre virtualmente proiettato verso luoghi e mondi sospesi nello sconfinato spazio cosmico, oppure sommersi nella profondità dello spazio interiore, del primo altrettanto esteso, e speculare.
Che incroci velivoli in ricognizione aerea o in planata, mongolfiere e alianti trasportati dal vento e altri ingegni e congegni di imbarcazioni e navigli bordeggianti lungocosta, Ruberti sempre presuppone un veicolo, un mezzo, un canale di comunicazione nello spazio, fissando situazioni e figure del volo celeste e terrestre e marino, che è comunque navigazione e sfida di conoscenza. Non a caso Dante chiama “folle volo” l’ardimento di Ulisse oltre le Colonne d’Ercole. Del resto, dalla tipologia dei velivoli messi in scena, si capisce che Ruberti compie a ritroso il percorso della loro evoluzione tecnica. Egli risale a Leonardo che studiava le ali degli uccelli e implicitamente evoca l’archetipo del volo umano liberatorio: quelle ali di piume e cera grazie alle quali Icaro evade la “prigione” terrena, e ardisce volare verso il sole, punito con la morte per quel prometeico, “folle volo” di conoscenza. Compaiono dunque aeromobili, messaggeri alato sotto specie di bandierine multicolori mosse dal vento o sciami di lamelle luminose, sguardi e pensieri mirati all’infinitudine dello spazio celeste, e nella seconda sezione del diario, calati nell’infinitudine della mente e dello spirito umano, a cui esplorazione è ancora a uno stadio iniziale.
Ruberti “fotografa” situazioni e figure del volo, ma meglio direi che traduce, nel senso che lo formula come tensione utopica addirittura ancestrale, consegnata all’eloquenza arcana del mito prima che la scienza se ne facesse carico, il desiderio umano di valicare la soglia del visibile, del noto, del verificato. Soglia che fatalmente si sposta, risucchiata dall’ignoto, a ogni progresso della conoscenza, talché si rinfocola il desiderio di conquistare la nuova frontiera; si rilancia la sfida di gettare lo sguardo su quel mobile “oltre”: lo sconfinato dominio del mistero nel quale da millenni si sono spinti, variamente ipotizzando o fingendo percorsi, il pensiero speculativo e immaginativo dell’uomo in viaggio sull’astronave terra.

Nicola Micieli


 
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