ANCHISE  PICCHI



ANCHISE  PICCHI ANCHISE PICCHI:

Luoghi dell’anima, di un mondo che fu

di Stefano Barbieri
Per intendere appieno la vicenda artistica di Anchise Picchi non si può prescindere dalla sua appartenenza ai valori più veri e profondi di una civiltà contadina vissuta in prima persona e intimamente fatta propria. Del mondo agreste l’artista ha avuto il senso solido della vita, che lo ha spinto fin dalla giovinezza alla meditazione e allo studio, in particolare dei metodi e delle opere dei grandi maestri del Rinascimento, che profondamente ammirava.
E, a ben vedere, non appare forse azzardato sostenere che in fondo un certo carattere di "rinascimentalità" lo avrebbe sempre accompagnato in tutto il suo lunghissimo percorso artistico, non tanto per l’acquisita perfetta padronanza della tecnica, quanto per aver saputo conservare una fede indomita nell'immagine dell'Uomo, santuario di bellezza e di moralità e per averne sempre difeso e testimoniato, non solo nella figurazione, il primato.
Picchi si immerge in angoli di campagna in cui uomini e donne, animali e strumenti di lavoro, colti in un’atmosfera di realismo non retorico, né folclorico, compiono riti millenari.
Uomini senza volto ma allo stesso tempo delineati precisamente come uomini, profondono sudore su una terra bella a vedersi quanto difficile a lavorarsi, corpi accovacciati o tesi nello sforzo esprimono una fatica ininterrotta e senza tempo, in cui la stanchezza acquista quasi una statuaria sacralità. I contadini dell’artista, ben lontani da qualunque sterile richiamo al classicismo, a volte del tutto spogliati dalle apparenze in contesti che mostrano una splendida semplicità compositiva, ci appaiono in tutta la loro cruda realtà, divenendo nella loro lotta quotidiana, come ben si è scritto, personaggi emblematici, archetipi di una storia universale fatta di dolore e di difficoltà del vivere.
Nel rispetto, senza alcuna condizione, dell’umanità e nel clima di una intima e commossa partecipazione, Picchi volge parimenti il proprio sguardo a coloro che sono abbandonati o confinati ai margini da una società che negli ultimi decenni ha subito mutazioni e rivoluzioni sociali, disastri e rinascite, divenendo sempre più dimentica dell’uomo e dei suoi bisogni. In una tematica affine rientra anche la figura del viandante solitario, spesso ritratto di spalle, che con andatura affaticata procede verso l’indefinito portandosi dietro il fardello delle sue povere cose e della sua sofferenza... e certo vien da chiedersi se quel pellegrino in fondo non siamo tutti noi, nomadi che, perdute le finalità ultime, errano senza una meta certa.
Soggetto ricorrente nei lavori dell’artista è altresì “il ponte”, in particolare il Ponte Mediceo sul fiume Tora a Collesalvetti, amato per le equilibrate proporzioni ed il suo fascino “vissuto”, che sempre l’autore rappresenta con sentimento e poesia, dando l’effetto di una antica e sognante visione. E come non ricordare, poi, accanto al caratteristico tema della pioggia e degli ombrelli, quello delle scene di vento, altamente realistiche, in cui si comunica un forte sensazione di dinamismo, fino a giungere talvolta ad accenti quasi drammatici; così come le più volte riproposte, sempre secondo interpretazioni diverse, immagini di crocifissioni del Cristo, affrontate con spirito laico ed elevate a simbolo di dolore universale, ad archetipo di sofferenza umana.
Condividiamo l’acuta osservazione secondo la quale nell’operare di Picchi sembrerebbe vedersi rivivere, per certi versi, il mito dell’”artista-scienziato”; ecco quindi ripresentarsi, in sottofondo e sotto altro aspetto, una certa qual vocazione rinascimentale dell’artista. Sempre animato da una spiccata vivacità di pensiero, da una sottile inquietudine intellettuale e da un desiderio incessante di sperimentare, come testimonia la ricchezza delle tecniche e delle forme espressive impiegate, Picchi si rende protagonista di un itinerario espressivo tonico e continuamente ispirato, che lo conduce, superato un primo periodo di tradizionalismo macchiaiolo (“la mia prima maniera”), attraverso una successiva fase caratterizzata da un ampio impiego della tecnica mista (la “terra di mezzo”), in cui cominciano ad affacciarsi con maggior insistenza anche temi e immagini a forte contenuto simbolico, fino ad approdare ad una tecnica divisionista di suggestivo impatto visivo, del tutto peculiare e in larga misura inedita, che va a costituire uno dei suoi caratteri più distintivi. Pure mirabile la vastissima e diversificata produzione grafica, in cui emerge una eccezionale maestria nell’utilizzo del chiaro-scuro, nell'uso del solo bianco e nero nelle sue infinite gradazioni e nei trapassi di ombre e luci, così come le opere scultoree, ritratti o lunette in bassorilievo o altorilievo in particolare, classiche e moderne al contempo.
Le opere che Anchise Picchi ci ha lasciato in eredità, fedeli alla tradizione della pittura figurativa senza per questo rinunciare ad essere espressione e veicolo di ispirazione profonda, ci dicono che esiste un'arte che sta oltre le mode e le correnti stilistiche, toccano temi che appartengono alla cultura di tutti noi ed esprimono il fascino della natura, della vita, di un mondo che fu e che troppo violentemente ci è stato sottratto.



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