CARLO  DOMENICI



CARLO  DOMENICI CARLO DOMENICI:

Realismo e Naturalismo nella toscanità di Carlo Domenici.

di Mauro Barbieri ( Arte a Livorno……e oltre confine)

Quando si parla dell’importante Scuola Labronica del Novecento, cioè di quell’insieme di artisti che rappresentarono, attraverso la propria pittura il periodo storico tra il 1900 e il 1950, non possiamo non parlare di colui che più di altri ha saputo lasciare un impronta indelebile, ovvero Carlo Domenici.
Nato a Livorno nel 1897 , si inserì ben presto, grazie a doti naturali, in quegli ambienti culturali ed artistici dell’epoca, venendo a contatto con personaggi che né segneranno la strada futura.
Giosuè Borsi, poeta e giornalista livornese , divenne il padre spirituale di Carlo, spronandolo ad intraprendere il percorso artistico .
All’età di 13 anni era già all’Accademia di Belle Arti di Firenze, tappa fondamentale per la formazione tecnico artistica.
Siamo ancora nel pieno delle influenze macchiaiole Fattoriane, ed anche il giovane Carlo né assorbe i lati più veri e spontanei.
La passione per la terra toscana, l’amore per la vita campestre, la stima che ripone in quei personaggi , simbolo del lavoro duro dei campi, lo trascinano in un turbinio di emozioni, di stati d’animo che solo la tela e i colori riescono a placare.
Ecco spontanea la nascita di piccoli e grandi capolavori paesaggistici, con l’inserimento di greggi, contadini, buoi, cavalli, ma soprattutto scene di vita agreste dove il naturalismo esplode in tutto il suo splendore cromatico.
Si respira l’aria di campagna, si avvertono le atmosfere gioiose, i ritmi del duro lavoro, siano essi le magiche trebbiature, le delicate vendemmie, la raccolta delle olive o più semplicemente i momenti di svago come le scene di caccia.
In molti capolavori si sfiora il “verismo”, ma vi sono elementi che riconducono sempre la sua pittura al naturalismo di macchia.
L’entusiasmo diventa l’arma principale per meglio affrontare , con positività, anche i momenti meno brillanti della sua evoluzione pittorica.
La poesia poi, si inserisce nel contesto artistico dando vita a dipinti caldi, reali ed al tempo stesso unici, pur sottolineando la ripetitività di alcuni soggetti nelle varie fasi della sua crescita.
La Toscana, come più volte sottolineato, diventa la “madre” di tutte le sue creazioni anche se, solo tre zone ben precise incideranno in maniera determinante .
La Maremma, con la sua natura selvaggia, dove l’uomo vive quasi in uno stato primordiale, da vita a dipinti con toni forti e decisi.
I suoi “Butteri” la rappresentano attraverso varie angolazioni, ognuna delle quali incisiva e determinante.
La forza cromatica, l’interpretazione e l’espressività di questi dipinti lo avvicinano ai capolavori del maestro Giovanni Fattori.
Sono paesaggi incontaminati dove i profumi di una terra schietta e rude si amplificano e diventano tali attraverso i suoi colori.
L’Elba con le sue “marine” e le sue viste paesaggistiche sono la seconda vita dell’artista che sa apprezzare ed amare gli angoli più suggestivi dell’isola ed i suoi personaggi marinareschi.
La pacatezza dei soggetti, la poeticità degli ambienti e la serenità del luogo, creano uno stato d’animo particolare nel Domenici portandolo ad eseguire in quel contesto, dipinti di indubbia bellezza.
La sua “Livorno” merita una citazione a parte; una città che forse più di altre ha saputo dare ai suoi artisti i giusti stimoli.
Le luci, i colori, i profumi creano scenari unici e Domenici non si può esimere nell’immortalarli attraverso una tavolozza decisa e vibrante.
La Fortezza Vecchia, il quartiere della Venezia, la darsena toscana, le scogliere del Romiti o i viali di Antignano vengono rappresentati con impeto e passione mantenendo le finezze nei particolari ed una geometrica modernità d’insieme.
Un Carlo Domenici quindi tradizionale ma al tempo stesso rivolto al futuro con un linguaggio moderno e dinamico.
Una pittura apprezzata oggi dai grandi critici e da un collezionismo sempre più alla ricerca di personaggi carismatici ed irripetibili.
Un piccolo grande uomo che seppe quindi trasformare la pittura in un mezzo di comunicazione reale, vero e schietto.

Nel 1971 la copertina della rivista “Il Miliardo”, dedicò un importante servizio sulla sua figura artistica dal titolo “I Macchiaioli vivono nel tempo – Carlo Domenici come i vecchi maestri di ieri”.
Dopo l’intervista, lo scrittore Salvatore Sicilia lo presentò così:

E’ logico. E’ onesto. E’ giusto. Non si può parlare di “macchiaioli” senza spostare l’attenzione a coloro i quali animarono questo movimento che fa storia nell’ambito della pittura contemporanea e moderna.
I testi scritti dai grandi filosofi dell’arte che considerano il movimento macchiaiolistico come un fatto superato, come un’arte che stava fra artigiano del pennello ed il perfezionismo tecnic di certi colori e lo incollano all’800 italiano, non sono nel vero.
La ragione sta nel considerare il “macchiaiolismo” come un movimento vivo ancor oggi anche se le animate discussioni al Caffè Michelangelo in Firenze sono fievoli, ossia anche se il criticismo punta decisamente le sue carte per distruggere questa pagina magnifica della pittura italiana.
Accademismo nella pittura o pittura accademica? Per noi è pittura onesta che ha avuto ed ha alla base le bellezze della natura.
Sono trascorsi oltre cento anni, forse un secolo e mezzo e ci si avvia al secondo centenario ed i macchiaioli sono vivi non solo con le loro pitture che sembrano fatte ieri, ma con coloro che ieri furono giovani ed oggi documentano ciò che fecero Telemaco Signorini, Fattori, Sorbi, Lega, Zandomeneghi, Banti etc.
E parlando di questi Maestri , non può e non deve sfuggire l’attenzione su Renato Natali e Carlo Domenici, entrambi fiaccola che perpetua la tradizione labronica nell’ambito del macchiaiolismo in Italia e nel mondo.
Carlo Domenici è legato intimamente non solo ai presupposti estetici essenziali della pittura del Signorini, ma ha del Fattori le radici e del Lega il cuore non solo ma dello Zandomeneghi la sostanza stilistica del purismo che stava e sta a significare onestà e semplicità nel linguaggio che ha sempre avuto ed ha come madre la natura e le cose che la circondano.
Carlo Domenici, fa rivivere il macchiaiolismo nei paesaggi, nelle figure realizzate con maestria sorprendente al punto di legare il discorso introduttivo con la pagina stringata e tirata del Tintoretto o del Giorgione con una spruzzata gaugheniana nel colore; per il Natali, che non si limita a contenere la tradizione ma va oltre e coglie nel segno perché si presenta come un pittore che possiede una luce che non può non essere notata.
Carlo Domenici ferma la natura nelle sue pitture così, come faceva il Tintoretto; come usava giustificare il Giorgione con quanti gli chiedevano una spiegazione sul ritrattare ed accostarsi alla bellezza della natura: “dipingo perché amo ciò che della natura è bello, è sano, è vivo”.
Una manciata biblica della Maremma antica sta in alcune opere di Carlo Domenici a testimoniare una presenza attiva della pittura del Fattori oggi che il pennello si chiama spatola, oggi che è nata tutta una fraseologia incomprensibile perché tutti mirano a confondere le idee di colui il quale vuole vedere nell’opera la mano del Signore e cioè la bellezza, la purezza, la semplicità, la onestà; dove tutti oggi, cercano di mimitizzare il bello dietro un paravento di ismi che nascono e muoiono perché non c’è la sostanza, non c’è la pittura, non c’è lo scheletro cioè il disegno, come giustamente afferma Carlo Domenici.
Amedeo Modigliani sta lontano dalla compositiva e dalla poetica di Domenici.
La fortuna di Modì è dovuta nel tratto emotivo di belle figure femminili, nel colore, nella evocazione del finito di fronte al non finito, del linguaggio chiaro nell’incomprensibile.
Domenici, si fonde nel purismo ed ha torto colui il quale colloca Carlo Domenici maestro vivente dei macchiaioli nel post-macchiaiolismo.
Lo ha dichiarato Egli medesimo e lo confermiamo noi, per dare una giusta misura al passo critico che deve essere inserito nella storia della pittura dall’800 ad oggi, in Italia.
Si parla di post-macchiaioli come Bartolena, Ghiglia, Ulvi Liegi, Michelozzi, Filippelli, Nomellini, Romiti, Rontini, Servolini ed altri, ma non è possibile una collocazione storica-critica di Domenici fra questi post-macchiaioli.
Carlo Domenici è nato con Fattori e con Signorini, con Lega e con Nomellini e per questa ragione non può essere venuto dopo l’avvento della macchiaiolismo.
Comunque, le qualità artistiche del Domenici sono tali da non temere nessun confronto sul piano dei valori in quanto in tutta la sua pittura vive un cuore ed una pagina di umanità sincera quanto il racconto d’arte del pittore che ha già varcato le soglie del mezzo secolo ( circa 70 anni) e si avvia con passi spediti verso il secolo; un secolo denso di avvenimenti per la pittura in Italia e nel mondo, ma evocativo e matura per un Maestro che continua una tradizione che, ripetiamo fa storia.
Domenici esalta la terra e la sua bellezza nei minimi particolari mettendo in luce ciò che sfugge al profano, ciò che altri prima di lui hanno fatto; Modì esalta in una linea moderna la bellezza della donna, delle sue donne, delle donne che lo hanno colpito, amanti o gente del popolo, donne opulente o strabiche, ma tutte figlie di Eva.
Carlo Domenici accarezza il grembo della natura e sa capire il colore, quando è primavera, quando gli alberi incominciano ad invecchiare non perché cadono le foglie in autunno ma perché il sole ha bruciato le loro vite; Domenici si ferma entusiasta davanti ai “butteri” della Maremma e ne delinea ogni più nascosto palpito in un fascino che è inconfondibile perché è quello dei macchiaioli.
Il paesaggio in Domenici affascina perché incorporato nella realtà c’è il segno della vita così come lo è in ogni sua opera.
……Si potrebbe scrivere tutta una sequenza di capitoli sulla pittura di Domenici. Si potrebbe raccontare la storia per ogni pittura. Si potrebbe far vivere ogni personaggio con una favola, con un capriccio umano, tanto è la straordinaria potenza delle sue opere.
Ed ha ragione quando afferma : “ sono del passato . Appartengo ai miei Maestri. Sono un continuatore di una pittura che ci onora nel tempo, ieri per domani.
Si sentiva di appartenere al passato , in quanto credeva nella pittura dei suoi predecessori.
“Non ho inventato nulla ma continuo , come meglio posso , a fare sopravvivere quell’arte che altri vorrebbero fosse distrutta e rimpiazzata con i fili di ferro, e con tutte le diavolerie degli ismi”.
Questo ha ripetuto fino alla sua morte avvenuta nel 1981 ed oggi, a distanza di oltre venticinque anni dalla scomparsa, rimane vivo il ricordo di chi lo conobbe , ma soprattutto rimangono testimoni le sue splendide opere presenti in musei, gallerie e collezioni di tutto il mondo.








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