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GIOVANNI MARCH (1894-1974)

pubblicato martedì 30 novembre 2021
GIOVANNI MARCH (1894-1974)
Il fondatore del “Toscana Arte”
di Alessandra Rontini
Giovanni March, primogenito di Henry March e Iginia Carlesi, nasce a Tunisi il 2 febbraio del 1894. I genitori, entrambi livornesi, giungono in Africa poco prima della nascita di Giovanni alla ricerca di una maggiore stabilità economica. La coppia, avrà altri due figli Olga e Silvio. Henry marinaio di professione, ma dotato di una versatile capacità manuale, si impegna con successo in vari mestieri e proprio per motivi di lavoro si trasferisce con l’intera famiglia ad Alessandria d’Egitto dove però scompare prematuramente, a soli 40 anni, lasciando i propri cari nella più completa disperazione e in gravi difficoltà economiche.

Nel 1906 la famiglia March, orfana del capofamiglia, si trasferisce nuovamente a Livorno e Giovanni appena dodicenne, per contribuire al sostentamento familiare, svolge diversi lavori tra cui quello di decoratore di interni, attività che risveglia in lui una certa passione per la pittura rimasta fino allora nascosta ai più. Proprio in questo periodo, intorno al 1915, dimora presso la pensione gestita da “zio Gigi” a Campolecciano (dove conosce la signora Amabile Giampieri , dipendente dell’albergo, che sposò qualche anno dopo) nota località, situata tra Quercianella e Castiglioncello all’epoca frequentata dai pittori postmacchiaioli con i quali entra in contatto. In particolare stringe rapporti con Ludovico Tommasi, che considera fin da subito suo maestro, ma anche con Plinio Nomellini, Giovanni Bartolena e Mario Puccini dai quali catturerà preziosi suggerimenti.

Sono datati 1916 i due disegni Bambina e Contadino nei quali sono ben riconoscibili le influenze di Puccini e Tommasi.

Giovanni partecipa alla prima guerra mondiale rientrando a Livorno solo nel 1919, ed è ancora al fronte quando nasce il figlio Henry.

Nel 1920 March è tra i fondatori del Gruppo Labronico e benché le tendenze espressive del Gruppo fossero orientate verso una pittura figurativa tradizionale, March si distingue subito con un linguaggio tutto sommato innovativo, ispirato piuttosto al periodo fauve di Puccini o a quello divisionista di Nomellini, e incentrato su una costante ricerca pittorica.

Degna di nota l’attività espositiva durante gli anni venti, grazie alla quale viene notato per la prima da molti personaggi importanti nell’ambito artistico culturale dell’epoca. Nel 1922 espone alla Fiorentina Primaverile, nel 1923 alla Galleria La Vinciana di Milano, nel 1926 a Bottega d'Arte, nel 1927 alla Galleria l'Esame di Milano, mentre nel 1929 espone al XXXV Salon de Beaux-Artes di Nizza. Da quel periodo in poi ottiene l’attenzione e l’ammirazione di tanti grandi artisti, mecenati, letterati e critici d’arte tra cui Carlo Carrà, Enrico Somarè, Ettore Petrolini, Lorenzo Viani, Ardegno Soffici, Galileo Chini e molti altri.

Già alla fine degli anni venti Giovanni March sente la necessità di liberarsi da quella mentalità ristretta e toscanocentrica che si respirava nell’ambiente artistico culturale livornese. Così nel 1928 decide di intraprendere una nuova e stimolante esperienza trasferendosi in Francia dove soggiorna fino al 1930 ed espone con successo di pubblico anche a Parigi. L’esperienza artistica transalpina genera in lui un importante mutamento sia sotto il profilo grafico e cromatico, sia per una rinnovata concezione compositiva che lo allontana definitivamente dalla tradizione labronica. Il suo genere pittorico si orienta progressivamente verso nuance più luminose, il tratto diventa molto più pulito, mentre lo spazio materico viene delineato da pennellate sempre più volitive.
Nel 1930, dopo un breve soggiorno livornese, decide di recarsi a Roma, a testimonianza di quanto fosse scevro da ogni condizionamento artistico culturale locale, dove per un paio di anni si dedica alacremente alla pittura.

Dal 1932 al 1938 vive a Livorno città dalla quale non riesce mai completamente a distaccarsi.
Nel 1938 March riceve dall’Accademia di Belle Arti di Firenze il prestigioso incarico di insegnare come assistente a fianco di Guido Peyron (per altro anch’egli allievo di Ludovico Tommasi), quindi si trasferisce portando con sé la sua famiglia. Giovanni trova una calorosa accoglienza nell’ambiente culturale fiorentino dove frequenta molti personaggi di spessore come il grande collezionista d’arte Mario Borgiotti, lo scultore Quinto Martini e il pittore Baccio Maria Bacci.

Tra la metà degli anni trenta e la metà degli anni quaranta March tende, talvolta a sovraccaricare la tela forzando il vigore formale con un’incessante varietà di tocchi, altre volte invece dosa il colore con perfetto equilibrio attraverso lievi pennellate. Eccezionale in questo periodo è la sua capacità di comunicare alle “cose” la sua anima virtuosa e sincera attraverso accostamenti di colore vivaci che rendono dinamica la scena, oggetti apparentemente scomposti e figure stilizzate che danno un equilibrio all’insieme.

Dalla fine degli anni quaranta progressivamente la ricerca pittorica di March volge verso una sintesi coloristica e compositiva, si libera un po’ alla volta di ogni schema precostituito per comunicare un messaggio più semplice e diretto che lo condurrà ad una sintesi concettuale.

Mai pago dei risultati raggiunti e sempre alla ricerca di nuovi stimoli Giovanni affronta molti viaggi in Italia e all’estero come Venezia, Verona, Mosca, Leningrado, Odessa, Zurigo, Reims luoghi nei quali oltre ad esporre con successo in gallerie di notevole importanza ha l’opportunità di entrare in contatto con un panorama artistico culturale di respiro internazionale.

Le opere che concludono quello che è stato un eccellente percorso artistico, sempre più scarne ed essenziali, coniugano intense esperienze vissute in nome dell’arte e senza compromessi col desiderio continuo di superare il proprio linguaggio alla ricerca di un segno espressivo semplificato. Alla base di questo rinnovamento March elabora una sintesi nella figurazione della forma pittorica che porta a spogliare l’oggetto dell’aspetto naturalistico, e in un certo senso anche contenutistico. La rappresentazione pittorica potrebbe sembrare più fredda nel suo monocromatismo caratterizzato da toni grigo-veri e azzurri, ma le larghe pennellate che forgiano i pochi elementi descrittivi avvolgono l’occhio dello spettatore e lo catturano fin nel profondo. Benchè non sia interessato alla resa naturalista la sua non è mai una pittura astratta ma piuttosto un’ ostinata indagine figurativa che misura la distanza tra l’oggetto rappresentato e l’immagine che da esso si allontana affievolendosi sempre di più. Sulla tela ogni elemento compositivo diventa un pretesto d’indagine introspettiva quasi come se si sottoponesse ad un esame continuo, alla ricerca di un cammino pseudo spirituale.

La scomparsa della moglie, nel 1969 crea in lui un incolmabile vuoto, inizia a trascurare la sua salute indebolendo il fisico fino ad ammalarsi di una grave forma di broncopolmonite.
Giovanni March muore a Livorno nell’autunno del 1924.
 



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